Annamaria Testa, docente alla Bocconi, spiega i meccanismi "superati" della vita quotidiana e cosa è rimasto. «Gli sms ci hanno restituito la scrittura sintetica che è uno strepitoso atto di abilità».
di Adriano Favaro, Il Gazzettino, martedì 14 luglio 2009.
Ai due naufraghi napoletani arrivati avventurosamente sulle coste newyorkesi di Ellis Island i giornalisti americani chiesero: "Ma come avete fatto a salvarvi se non sapevate nuotare?". E loro, per niente stupiti: "Una volta in mare, abbiamo continuato a parlare". Questa storiella, che apriva il volume di glottologia per studenti all'Università di Padova, dice quasi tutto della comunicazione: non solo parole ma anche gesti, familiarità, contesti. Tutto questo considerando che l’italiano medio usa settemila parole e non ha quasi mai imparato ad ascoltare. («Anche i giornalisti spesso non ascoltano le risposte date alle loro domande»).
Così se è vero che "ogni comunicazione è un'avventura dell'io" è anche vero che farsi capire è, quasi sempre, un'avventura. Difficile, difficilissima: che coinvolge professori, operai, impiegati, studenti, casalinghe, veline, ministri, maschi, femmine. Tutti. Tutti quelli che sono in relazione con gli altri.
Perché è così difficile comunicare e farsi capire?
«C’è chi sostiene che il respirare è semplice. Ma "saper respirare bene" migliora la vita, per questo ci sono volumi sul saper respirare. E anni di studi. Respirare lo sappiamo fare, ma non sempre al meglio. Così come c'è una "piccola differenza" tra comunicare qualcosa e qualsiasi cosa e comunicare con qualcuno facendosi capire e magari persuadendolo, convincendolo».
Se guardiamo a quello che accade in tv, nei dibattiti, spesso si assiste a conflitti più che comunicazione.
«Secondo lei le persone nei dibattiti politici o sociali in tv si parlano o parlano con i telespettatori? No. E soprattutto "quelli" non ascoltano. Invece quando un politico comincia a parlare davvero (Obama per esempio) le cose cambiano. Siamo intrappolati in una serie di pregiudizi sul comunicare e di trucchetti, di presupposti strani. Invece ci sono poche semplici regole di base».
Che pare noi non conosciamo o dimentichiamo. Perchè?
«Perché col linguaggio si fanno ormai cose troppe complicate. Siamo passati dal dire: attenti al rinoceronte o al pitone a "va bene la pasta al dente?" o "costruiamo assieme una capanna". Per le cose molto più sofisticate non siamo ancora bene attrezzati».
Abbiamo smarrito le mappe?
«Ci diciamo cose pensando che l’altro condivida le nostre mappe e i nostri livelli di competenza linguistica. Mettere in discussione le proprie mappe significa mettersi in discussione. Poiché ciascuno prende se stesso come misura del mondo va giù dritto e non si fa capire. Come dicessimo: conosco solo quello e quello che esiste per me. Ci infiliamo in tante trappole cognitive. Per fortuna qualcuno le studia».
Perché così frequentemente non sappiamo fare domande?
«Domandare è segno di intelligenza: "so di non sapere e chiedo". Ma se uno è privo di riferimento non sa "di non sapere" e tutto finisce lì: nessuna domanda, solo interpretazioni. Cioè le cose peggiori che possano esistere per creare confusione».
Che effetto fa sapere che qualsiasi cosa (che venga o non venga detta) finirà "interpretata"?
«Comunicare è una meravigliosa cosa, condita di creatività e intelligenza. Ma capita raramente, voglio dire che raramente ci si trova in sintonia con un'altra persona o con un gruppo parlando: sono momenti che si contano sulle dita nella vita di chiunque. Quando succede è meraviglioso, lo sappiamo tutti».
Le sembra che si stia vivendo in una Babele post moderna?
«No. Per fortuna ci sono livelli di base dove tutti sono d'accordo. Il nostro linguaggio poi è ridondante: assieme alle parole mette anche i codici della postura: voce, faccia e contesto. E noi sappiamo decodificare tutto. Il problema è che a volte leggiamo sulle righe e, raro, tra le righe; e non sempre tutte le righe».
Comunichiamo sempre più con gli sms. Ma è davvero comunicazione?
«Le generalizzazioni non hanno senso. Scrivere in maniera molto sintetica è strepitoso atto di abilità. Ci vuole più tempo per scrivere venti righe che due pagine diceva Blaise Pascal. Lo ripeteva anche anche Hemingway. Siamo sbalorditi quando il distillato di una frase contenuta in un sms (o in un testo) funziona. E ci deprimiamo quando quelle poche parole sono solo povertà».
Il suo libro-manuale appare dopo dieci anni dall'altro con lo stesso titolo...
«Ma è stato riscritto parola per parola. Proprio un’altra cosa: allora anch'io avevo meno esperienza di questi argomenti. Ora mi rivolgo ad un pubblico più ampio che quello degli studenti universitari. Ho corretto me stessa fino in fondo. Amo i manuali e quella sapienza "americana" che sa scomporre tutto a elementi essenziali e li riorganizza, per capirli».
Da quello che dice pare che sia difficile imparare e che ancora di più sia ascoltare.
«Si impara fino a tarda età e mi conforta. Non ce ne accorgiamo nemmeno di imparare a parlare e scrivere in modo differente da quello, per esempio, di 30 anni fa. Quando arrivò il pc pensai che avrei fatto meno fatica ma scritto meno accuratamente che con la macchina. Niente vero: il pc mi ha lasciato più tempo per la qualità. La cosa confortante è che spesso cambia solo il "sostegno" del comunicare».
Sì, ma comunque girano milioni di sms pieni di "niente": dove sei, cosa fai, che tempo fa? e via così.
«Sembrano futilità ma non lo sono. Partiamo da un concetto: la madre di tutte le comunicazioni è quello che si comunica con "la madre", e quello che la madre insegna. A mio figlio insisto nel suggerirgli di dire sempre: "Per favore, grazie, prego"».
Vuol dire che non sono solo formule di cortesia?
«No. Sono riconoscimenti dell'altro. Sto dicendo che mi metto in un rapporto con una persona può rispondere in modi differenti. C'è una gentilezza forte e solida in quelle formule. Un sistema sociale vive così, riconoscendo i rapporti, che ci danno consapevolezza. Proprio come avviene con gli sms».
La consapevolezza è una conquista comunicativa?
«È una ri-conquista. Era Picasso che diceva che a 14 anni disegnava come Raffaello e c'è voluta una vita per re-imparare a disegnare come un bambino. I piccoli hanno istintività bestiale, s'accorgono di tutto. Poi quella consapevolezza si perde: va recuperata con cognizione e strumenti».
Stiamo abbandonando la lingua scritta?
«Un po’ sì. Ma adesso con sms e computer si riprende a scrivere: anni fa nemmeno si sapeva più scrivere. Se gli studenti magari imparassero a leggere sarebbe meglio. Ci vuole però attenzione e gran fatica».
Più facile comunicare per i maschi o per le femmine?
«Generalizzando le femmine sono più facilitate dei maschi, che sono "spaziali" mentre il femminile è "verbale". Ma ci sono maschi straordinari nel comunicare. Comunicare è viaggiare in un mare di difficoltà. Ogni discorso è un'idea nuova, una visione del mondo nuova. Una bellissima fatica. Farsi capire è esistere».