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BREVETTI E MARCHI

Made In: diritto del consumatore, tutela delle imprese

Data pubblicazione: 29/01/2008
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di Giulia Poli, "L'Economia della Marca Trevigiana" n.6 - 2007

25 ottobre 2007: Il Presidente del Parlamento europeo, Hans-Gert Poettering, annuncia formalmente l'adozione della dichiarazione scritta con la quale l'Assemblea chiede agli Stati membri di adottare la proposta di regolamento UE sull'indicazione obbligatoria del marchio di origine di alcuni prodotti importati da paesi terzi. La dichiarazione ha ottenuto le firme necessarie (393, ossia metà + 1 dei deputati) per la sua adozione formale con lo stesso status di una risoluzione approvata in plenaria, quindi diventando posizione ufficiale dell'Assemblea. La parola passa, a questo punto, al Consiglio ed ora sarà ben arduo deludere le ricolme aspettative per una conclusione a lieto fine della vicenda.

A voler fare una rassegna stampa sugli eventi e le dichiarazioni rese in tema di “Made In” salterebbe subito all'occhio come in questi ultimi mesi qualcosa si sia mosso e si sia fatto sentire forte e chiaro. Di questo si è parlato al convegno “Made In: verso un marchio d'origine dei prodotti?”, svoltosi il 4 dicembre scorso presso la sede della Camera di Commercio di Treviso, ad iniziativa di Curia Mercatorum, Centro di Mediazione ed Arbitrato promosso dalla stesso ente camerale. Innanzitutto va precisato l'oggetto dell'incontro: il marchio d'origine. Con tale termine si intende l'indicazione che un prodotto reca circa il Paese dal quale proviene, solitamente presentata con l'espressione “Made In…” o “Product of…” o simili, seguita dal nome del Paese nel quale è stabilita l'organizzazione produttiva che ha realizzato tale prodotto.

Le utilità riconosciute, principalmente, ad una tale segnalazione consistono, da un lato, nella disponibilità per il consumatore di un'informazione in più sulla quale basare la propria scelta d'acquisto; dall'altro, nella disponibilità per le imprese di uno strumento ulteriore per combattere le pratiche fraudolente di che usa indicazioni fuorvianti o contraffatte dell'origine delle merci.

La disciplina della materia può seguire tre diversi sistemi alternativi:

  • regolamentazione dell'uso volontario di un marchio d'origine sia per i prodotti realizzati nel mercato nazionale sia per quelli importati (marchio d'origine facoltativo);
  • regolamentazione dell'uso facoltativo del marchio d'origine per i prodotti realizzati nel mercato interno, ed indicazione obbligatoria del Paese d'origine per i beni importati (marchio obbligatorio);
  • imposizione della marchiatura obbligatoria sia per i prodotti realizzati nel mercato nazionale sia per quelli d'importazione.


Alcuni Paesi, quali gli Stati Uniti, il Giappone, il Canada, la Cina, già prevedono, da tempo, una disciplina specifica della materia; viceversa, l'Unione Europea non dispone, a tutt'oggi, di una normativa comune in tema di marchio d'origine per cui tale indicazione, ove vi sia, è frutto di una libera scelta del produttore, che, comunque, deve rispettare la regolamentazione esistente nel proprio Stato. Generalmente, infatti, in tutti gli ordinamenti giuridici nazionali vigono quanto meno delle norme che sanzionano i comportamenti sleali di chi appone un marchio d'origine non veritiero, a tutela sia dei consumatori, che devono poter contare su un'informazione esatta, sia delle imprese garantendo il corretto svolgersi del gioco concorrenziale. Ad esempio in Italia il codice del consumo, all'articolo 6 (lett. c), nello stabilire il contenuto minimo delle informazioni che debbono riportare i prodotti destinati al consumatore e commercializzati sul territorio nazionale, prevede (tra l'altro) l'indicazione relativa “al Paese d'origine se situato fuori dell'Unione Europea”. Tale obbligo, si sottolinea, sorge solo nel momento in cui il bene è posto in vendita sul territorio nostrano, quindi non si applica nelle fasi precedenti di circolazione, quale appunto l'importazione in altro Stato membro dell'Unione Europea. In Italia, dunque, è vietato commercializzare qualsiasi prodotto che non riporti l'indicazione “Made In…”: tutto ciò, si ribadisce, laddove si tratti di bene di provenienza extra UE perché per i Paesi membri sono affatto vietate le misure nazionali che comportino l'obbligo di apporre un marchio d'origine sulle merci importate da altri Stati membri.

A livello comunitario, il problema di introdurre una normativa uniforme sul regime del marchio d'origine è stato considerato, in verità, già oltre 20 anni fa. Nel 1980 la Commissione europea aveva, infatti, presentato al Consiglio una proposta di direttiva che mirava al ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative all'indicazione dell'origine di determinati prodotti del settore tessile-abbigliamento (GU C 294, pag. 3), proponendo l'apposizione della dicitura “Made In the European Community”. Ma l'iniziativa apparve, al tempo, non necessaria e si preferì puntare l'attenzione su altri aspetti che garantissero ai consumatori un'adeguata informazione vale a dire le indicazioni relative al prezzo, alla composizione, alla categoria, alla qualità, alle istruzioni per l'uso (Si veda il parere che il Comitato economico e sociale presentò nel 1981, GU C 185, p. 32).

La discussione, come oggi si comprende, era soltanto rinviata a tempi più maturi, che, da quanto va accadendo in questi giorni, sembrano correre nel presente.

Negli ultimi anni, con il crescente aumento del fenomeno della delocalizzazionedelle imprese e l'allarmante diffusione di pratiche sleali che si sono concretizzate nell'uso di marchi contraffatti o ingannevoli, si è avvertita una forte preoccupazione da parte di taluni Stati membri e degli operatori di determinati settori produttivi, specialmente dell'industria manifatturiera, per cui la questione dell'indicazione dell'origine dei prodotti è tornata all'ordine del giorno sollecitando l'intervento delle istituzioni.

Nel dicembre del 2003, la Commissione europea ha fatto propri tali segnali di apprensione ed hapresentato al Consiglio un documento di lavoro nel quale vengono analizzati i vantaggi e gli svantaggi derivanti dall'introduzione di un sistema di marchio d'origine europeo; di seguito, durante il 2004, ha avviato, sull'argomento, un'ampia consultazione rivolta alle federazioni europee rappresentative dei settori industriali, alle organizzazione dei consumatori, sindacali e ad altre istituzioni, e, sulla base dei risultati ottenuti, ha presentato, nel dicembre del 2005, una proposta di Regolamento “relativo all'indicazione del paese d'origine su taluni prodotti importati da paesi terzi”, meglio noto come Regolamento sul Made In (COM(2005)661 def., in GU C 49 del 28 febbraio 2006, p. 37). Con tale progetto viene proposta l'introduzione di un sistema di marchio di origine obbligatorio da applicare esclusivamente alle merci importate, quindi provenienti da Paesi extra-UE, e limitatamente a taluni settori produttivi (ossia tessile-abbigliamento, calzature e pelletteria, arredamento, gioielleria, ceramica e vetro, scope e spazzole). Tale soluzione è ritenuta dalla Commissione la più idonea a contemperare gli interessi in gioco: consente, cioè, di garantire maggiore trasparenza e informazione per i consumatori e di ostacolare il fenomeno dell'uso ingannevole o fraudolento delle indicazioni di origine,limitando al contempo i costi che dovrebbero sopportare gli operatori commerciali e le industrie produttive dell'UE che hanno delocalizzato i propri stabilimenti produttivi al di fuori del territorio comunitario.

La disciplina proposta, sottolinea la Commissione, avrebbe anche il merito di sostenere l'attuazione della normativa sulle pratiche commerciali sleali messe in atto dalle imprese nelle transazioni coi consumatori: infatti, la direttiva che la contempla (Direttiva 2005/29/CE, attuata, in Italia, con Decreto Legislativo 146/07), pur considerando come sleali taluni esempi di uso ingannevole delle indicazioni di origine, non dà una definizione di “Made In”, così lasciando le autorità doganali prive del riferimento necessario per controllare il rispetto della disciplina.

Tutto ciò considerando anche che, comunque, la proposta di regolamento costituisce l'occasione per creare parità di condizioni tra la Comunità e alcuni suoi più importanti partners commerciali che già dispongono di una simile disciplina: gli esportatori della CE devono, dunque, rispettare l'obbligo di indicare il marchio d'origine sui propri prodotti, senza disporre, al momento, di un'equivalente misura che ne rafforzi la competitività. Come puntualizzato dallo stesso Parlamento europeo (Risoluzione del PE sul marchio d'origine del 5 luglio 2006 (P6_TA(2006)325)), da tale prospettiva il marchio d'origine si pone come strumento di rafforzamento della competitività europea nell'economia mondiale: per talune categorie di beni di consumo, infatti, la competitività può consistere nel fatto che la loro produzione nell'UE è sinonimo di un alto standard qualitativo coniugato, altresì, con un elevato livello delle garanzie sociali, ambientali e di sicurezza salvaguardate dall'ordinamento normativo comunitario.

Sono passati, tuttavia, due anni dalla presentazione della proposta di Regolamento della Commissione, e a tutt'oggi essa è ferma sul tavolo del Consiglio dell'UE. La causa di tale battuta d'arresto nel suo cammino si ritrova, essenzialmente, nell'opinione contraria manifestata da alcuni Stati membri, specialmente del Nord Europa: raccogliendo, a loro volta, il malcontento delle organizzazioni rappresentative delle grandi imprese di distribuzione, che costituiscono una realtà molto importante per quelle economie, tali Paesi hanno esercitato una ferma opposizione al progetto, sostenendo che i costi di marchiatura farebbero aumentare i prezzi di vendita dei prodotti non europei, ed esprimendo il timore che taluni prodotti tipici possano essere diversamente marchiati, rispetto a quelli nazionali, solo per il fatto di essere realizzati in un Paese extra-UE e, poi, assemblati sul territorio nazionale. Il rischio, in altre parole, è che l'iniziativa possa divenire uno strumento di stampo protezionistico a tutto vantaggio delle imprese stabilite sul territorio comunitario.

Ma i tempi correnti non possono permettersi, evidentemente, un tale immobilismo, e così è nata, a livello europeo, una forte campagna di sensibilizzazione dell'opinione pubblica sulle ragioni della necessità, per i consumatori e per la competitività delle imprese manifatturiere europee, di portare a compimento il cammino intrapreso: gli organismi intercamerali per i settori della gioielleria (Assicor) e della moda-abbigliamento (ITF), insieme alla coalizione “Made In…for transparency”, supportati dalla sede di Bruxelles di Unioncamere e con l'assistenza tecnica della multinazionale di comunicazione e lobby APCO Worldwide, si sono fatti promotori di una petizione tra gli europarlamentari favorevoli al Made In al fine di spingere gli Stati membri ad approvare il provvedimento.

Il 5 settembre di quest'anno è partita, a Strasburgo, la raccolta delle firme dei parlamentari europei per l'approvazione della Dichiarazione Scritta n. 75 avente per oggetto il “Made In”: con tale dichiarazione il Parlamento europeo, enunciato il pieno sostegno alla proposta di Regolamento della Commissione volta ad introdurre l'obbligo di indicare il Paese d'origine per alcuni prodotti importati da Paesi terzi, invita gli Stati membri ad adottare senza indugio detta proposta “nell'interesse dei consumatori, dell'industria e della competitività nell'Unione Europea”. Dopo 24 ore già oltre 130 parlamentari europei avevano sottoscritto il documento, ed il 24 ottobre scorso, con 399 firme al conteggio, e con un largo anticipo sulla scadenza (caduta il 3 dicembre), è stato raggiunto e superato il quorum utile perché la dichiarazione possa essere approvata e trasmessa al Consiglio quale posizione ufficiale del Parlamento europeo.

L'operazione ha riscosso un successo che conforta, evidentemente, le speranze di veder approvare dal Consiglio, e in tempi brevi, il Regolamento.

Questa, in breve sintesi, la cronistoria dei momenti fondamentali della vicenda di cui si è trattato al convegno sul “Made In” organizzato da Curia Mercatorum: ai relatori l'arduo compito di presentare gli aspetti più rilevanti di una materia tanto delicata, per gli interessi coinvolti, e resa complessa dagli inevitabili intrecci che essa comporta tra normative internazionali, comunitarie e nazionali.

A giudicare dall'ottimo riscontro dei partecipanti all'incontro, la sensibilità e l'attenzione per il tema affrontato sono vive e condivise: ciò che facilmente si comprende se si considera l'importanza, dell'istanza comunitaria in cantiere, per un tessuto imprenditoriale, come quello trevigiano, il quale fonda molta parte del proprio successo economico-produttivo nell'investimento in qualità e design.



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